Paolo Giordano – La solitudine dei numeri primi

Che faccia ha questo libro:

Di come ci siamo conosciuti: Dopo aver letto l’ennesima intervista a Paolo Giordano in occasione del lancio del suo nuovo romanzo, Il corpo umano, ho capito di far parte di una minoranza: gli italiani – pochi, invero – che non hanno ancora letto La solitudine dei numeri primi. Solitamente diffido dei best-seller, ma i libri mi piace insultarli con cognizione di causa. Un approccio pericoloso, che in passato mi ha portato a leggere perfino il primo libro di Moccia solo per poter affermare con certezza che si trattava di robaccia. Ma mi ripeto che lo faccio in nome della scienza.
E così sono andata sul sito del Sistema Bibliotecario dei Castelli Romani e ho prenotato una delle 31 (!) copie disponibili.

Di quello che ci siamo detti:

Libro: Apprezzerai l’intensità della trama, organizzata attorno a due personaggi molto duri, Alice e Mattia, che portano sulle spalle il peso di un’infanzia difficile e di un’adolescenza da emarginati…

A: Più che altro mi è sembrata una collettanea di disgrazie, concentrate nelle vite di soli due individui in maniera poco plausibile. Lei: anoressica, zoppa, padre opprimente, madre malata di cancro. Lui: la morte improvvisa della sorella ritardata lo rende semiautistico, la madre lo odia ritenendolo colpevole, lui si punisce pugnalandosi le mani, ovviamente è un genio della matematica. Devo confessare che, nel momento in cui il padre di Alice, ormai invecchiato, si scopre malato di Alzheimer, ho avuto la sensazione di guardare una soap brasiliana dalla trama ovvia.

L: Al contrario! Il rapporto tra i due personaggi viene costantemente messo in discussione, così come il loro equilibrio col mondo esterno.

A: Sinceramente mi sembra molto discutibile che, con tanti e tali problemi da affrontare, insomma con tutta la carne messa sul fuoco, alla fine il quesito suscitato dagli ultimi capitoli si riduca a un monotono “i due finiranno insieme?”. Un motore d’azione interessante come quello del possibile ritrovamento della sorella creduta morta viene semplicemente abbandonato, liquidato in poche righe.

L: E dello stile, che mi dici? Non hai apprezzato nemmeno quello?

A: Bisogna ammettere che il ragazzo ha una bella penna, e di per sé la sua prosa è piuttosto coinvolgente. È che 2.000.000 di copie vendute sono proprio tante, anche perché non stiamo parlando di una porcata alla Moccia, ma di un libro che ha riscosso premi e consensi un po’ ovunque. Non dico che non valga la pena leggerlo, ma magari è più prudente approcciarlo con aspettative modeste.

L: Se avessi visto il film, mi rivaluteresti.

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